Osteria Francescana a Modena: leggi le recensioni

Leggi le ultime recensioni riguardanti Osteria Francescana (Modena). Sluurpy aggrega i voti,valutazioni e recensioni dei principali siti di ranking per fornire ai suoi utenti la migliore panoramica dei ristoranti di loro interesse.

Visitatore5/5
08/02/2021
Non mi voglio dilungare troppo in qualcosa che tutti gli altri. L'abilità di creare piatti equilibrati utilizzando molteplici ingredienti è segno di grandezza. Ovviamente non possono piacere sempre tutti i piatti ma non si può certo dire che manchi la qualità e la creatività Servizio imbeccabile! Piccola nota di demerito sulla carta dei vini! Un 3 stelle dovrebbe avere una carta molto piu ampia con cose ricercate. Non è una carta da appassionati E l'abbinamento con il vino lascia un po' a desiderare. Prezzi chiaramente esasperati ma senza logica. Bottiglie rare costano meno di bottiglie facilmente reperibili. in ogni caso, per un appassionato di cucina, è un'esperienza da fare! Non costa poco, ma dal sito si sa già a cosa si va incontro.
Visitatore5/5
15/01/2021
Questo ristorante oltre ad essere riconosciuto come il miglior ristorante al mondo per me è veramente ottimo, sublime ogni piatto è intenso con separi delicati o ben marcati come l’anguilla che risale il po uno dei miei piatti preferiti. L’ambiente è molto curato e se si va di cena l’atmosfera e incredibile. Il servizio dei camerieri è impeccabile e il rapporto qualità prezzo soddisfacente
Visitatore5/5
06/01/2021
Siamo stati in questo ristorante molto originale e curato nei minimi dettagli, dopo molti tentativi ne è valsa la pena. La location spicca per eleganza e arredamento, da notare la professionalità dei camerieri e lo stile dell'impiattamento del cuoco in ogni singola portata. Non aggiungo altro, andate e vedrete! Prenotate altrimenti non trovate posto.
Guido T5/5
01/01/2021
- Ti alzi che hai ancora fame? NO. Il menù degustazione tra una cosa e l'altra dura 3 ore e ci sono piatti in abbondanza. Io ho pranzato li, e la sera a casa non ho mangiato perché ero a posto. - Devo vestirmi bene? Se vuoi metterti giacca e cravatta fallo, ma finché non ti metti il pigiama di Paperino ogni look è adeguato. Nessuno ti giudicherà se hai un felpino, anzi, il personale ha il grandissimo pregio di adeguarsi al carattere dei componenti di ogni tavolo. Io mi sono presentato da provinciale e i camerieri sono stati molto cordiali e simpatici con me. La coppia del tavolo affianco sembrava uscita da un gran galà in Corea del Nord e i camerieri con loro sono stati sempre professionali e seri. Bravi! - Devo prendere il vino per forza? Ma quanto costa? La carta dei vini sembra la Divina Commedia per quanto è grossa. Si va dal Lambrusco da 20 euro a vini da 15000/20000 euro. Io mi sono presentato dicendo di non capire niente di vini ma di volerne provare ugualmente uno, allora l'esperto mi ha chiesto un range di prezzo e un colore, dopodiché ha scelto lui (scegliendo egregiamente). É bene prenderlo? No, ci tengo a precisare che nessuno vi giudicherà per le vostre scelte. Anche le persone del tavolo affianco sono troppo felici di essere lì per giudicare chi gli sta attorno. - Posso aggiungere le 5 stagionature di parmigiano al menù degustazione? Si, potete aggiungere i piatti che volete. Ovviamente però il costo del piatto si va ad aggiungere a quello del menù. Il piatto vi verrà servito nel momento ritenuto opportuno dallo chef, non a caso. - Costa molto? Si, ma il menù è su internet e non è una sorpresa. Mi ricordo però che il caffè costa 5 euro, e pure l'acqua non scherza Per finire ci tengo a fare una nota di merito per i camerieri e il personale di sala. Tutti giovanissimi (il più vecchio avrà 22 anni), cordiali e con l'incredibile capacità di farti sentire sempre a tuo agio anche se in realtà ti stanno spiando in ogni momento. Fate un esperimento: alzatevi, fate per andare in bagno e vedrete che c'è già qualcuno che vi indica la via. Quando uscite dal bagno vedrete che casualmente proprio nel momento in cui entrate in sala un cameriere si è appena messo dietro la vostra sedia e vi farà il gesto elegante di avvicinarvi la sedia. Ma quel cameriere non vi aveva visto uscire dal bagno! Come ha fatto a sapere l'esatto momento? Sembra magia ma è perfetta coordinazione. Bravi. Sui piatti non dico niente perché sono buoni e lo sanno tutti
Paola C3/5
20/12/2020
Le altissime aspettative che da 6 mesi ( tempo che intercorre tra la prenotazione e l’effettivo ingresso in questo “tempio” della ristorazione stellata) covavo con impazienza e sentendomi una privilegiata per essere riuscita nell’impresa , sono andate parzialmente deluse. Ambiente un po’ cupo , non ampio e con tendaggi non proprio recenti. Confermo che l’ingresso è curato da uno stuolo di giovani che ci accompagnano al tavolo e ci fanno accomodare e qui il primo appunto : il cappotto o qualsiasi capo di abbigliamento, compresi guanti, cappello, sciarpa ecc., vengono riposti sullo schienale della poltrona dove si siede il commensale. Ora , capisco che siamo in tempi di Covid ma perfino il mio parrucchiere si è dotato di sacchi monouso di nylon per coprire e separare i cappotti utilizzando il guardaroba ! Lo schienale della poltrona lo posso tollerare in pizzeria o trattoria di basso livello ... NON QUI Nulla da eccepire sulla ricercatezza dei piatti , molto jap anche nella presentazione, sapori a volte non proprio convincenti, alcuni piatti emergono su altri. Non scomoderei i Beatles , i commenti preconfezionati citati dai camerieri , a volte non sono coerenti con il piatto servito. Abbiamo scelto il menu degustazione e un abbinamento di vini ( eccellenti i francesi , perfetto il connubio con i piatti). Purtroppo lo chef migliore al mondo NON È PERVENUTO, cioè non si è visto. Grave errore! Mai accaduto in altri 3 Stelle! Anche il maitre si è dileguato , insalutato ospite, alla presentazione del conto. Inoltre ritengo che conteggiare a parte coperto, caffè e acqua quando il conto è di 500,00 euro a persona, sia veramente inammissibile. Potrei citare almeno altri 4 ristoranti pluristellati dove questo non avviene. Comunque tant’è... Riepilogando : altri 3 stelle non hanno nulla da invidiare e ci sono spazi di miglioramento, forse non nella sostanza ma certamente nella forma.
Visitatore5/5
13/12/2020
Insieme a mia figlia un compleanno un po' in ritardo o un Natale in anticipo? C e' sempre una occasione per festeggiare. Ne e' valsa la pena. Cortesia professionalita' e la maestosita' del cibo. Piatti quali Opere d arte colori bonta' prelibatezze. Bravi. Le stelle continueranno a brillare.
Visitatore5/5
13/12/2020
Si fa fatica a descrivere l’esperienza sensoriale vissuta alla Osteria Francescana; perché pranzare presso il tempio mondiale del buon cibo significa coinvolgere tutti i sensi, la vista gioca un ruolo da protagonista così come l’olfatto e il gusto; persino il tatto, in qualche passaggio, gode del privilegio di afferrare quegli ingredienti e materie prime trasformati in qualcosa di unico. La location è uno scrigno nel cuore della bella Modena; una porticina stilosa ma non opulenta apre a un mondo che hai immaginato tante volte e ora hai il privilegio di visitare. L’accoglienza del personale di sala e l’elegante semplicità dell’arredo sono il primo biglietto da visita dell’osteria; persino l'opera darte moderna, ricca di colori e apparentemente fuori contesto, si amalgama pienamente e fa correre l'immaginazione ad uno sperato futuro di normalità. Le aspettative sono elevatissime, più di sempre! E non deve essere facile per la squadra superare l’immaginazione dei clienti. Vi è la totale cura dei dettagli, degli oggetti e dei gesti; ti senti a tuo agio perché il personale entra subito in sintonia con gli umori della clientela; mi ha colpito la giovane età dei camerieri e al contempo la sagacia e la brillantezza nell'intrattenere gli ospiti. La degustazione, un viaggio perfetto attraverso la coniugazione di ingredienti semplici ma mai banali, spesso del territorio e combinati in modo sapiente e ricercato. Dietro ogni piatto c’è il compendio di sperimentazione estetica e gustativa, pesi e contrappesi di eccelsa fattura, bilanciati in modo sublime. Arduo spiegare la reazione di vista, olfatto e palato; davvero complicato stilare una classifica di gradimento, se persino i grissini stirati a mano e serviti sempre caldi da soli bastano a dire alle papille gustative: oggi faremo un viaggio, batteremo sentieri inesplorati. Sono rimasto personalmente impressionato da: focaccia con ricotta, miele, nocciole e tartufo bianco (il perfetto equilibrio tra dolce e salato, quel continuo inseguirsi di sapori apparentemente contrastanti, la consistenza della focaccia e l'esplosione gustativa causata dal tartufo); riso con gazpacho di uva fragola, ragù di selvaggina, vin brûlé alle spezie (una sinfonia di colori e sapori, ottenuta attraverso un nuovo modo di combinare ingredienti elementari raramente miscelati); i due dessert (esplosione gustativa e realizzazione estetica da veri artisti): combinare mandorla, capperi, pistacchio, bergamotto, arancia e caffè è come camminare da equilibrista su una corda tesa male e senza dispositivi di sicurezza sottostanti; per non parlare della crema di zucca, sposata alle castagne, alla marmellata di mandarino, al tartufo bianco, alle nocciole, al gelato di cannella con inserto di chips di verdure: qui non trovo aggettivi per spiegare cosa ho provato. Al di là delle preferenze personali, l’esperienza ha lusingato tutti i sensi e superato le aspettative. Un viaggio da raccontare e da consigliare, la conferma che l’unanime consenso verso il lavoro di Massimo Bottura è meritato; se poi ci aggiungi il suo impegno collaterale alla attività di chef (i refettori sparsi per il mondo, la crescita di un team fatto di giovani), allora ti rendi conto che quest’uomo è un gigante che ha messo a disposizione il suo talento e la sua visione per aprire nuove strade e riscrivere i canoni della cucina moderna.
Visitatore5/5
27/11/2020
Già da tempo in Osteria Francescana lo chef Bottura, la sua brigata in cucina e il personale di sala hanno fondato e adottato un nuovo linguaggio gastronomico, ripensando l’atto del cibarsi, in un rinascimento culturale, perché anche dal convivio e dal simposio passa la cultura. Nel nome dell’Osteria entra S. Francesco, santo della condivisione attento alle povertà, che richiama l’idea di pasto comunitario, di convivio che, tipicamente, in un refettorio si dà. E non a caso “refettorio”, perché l’attenzione a queste realtà nasce dalla sensibilità per il sociale, e contro lo spreco, del nuovo approccio al cibo che dall’Osteria parte. L’accesso alla Francescana richiede pianificazione. I posti disponibili sono pochi e si esauriscono velocemente quando si aprono le prenotazioni. Se si controlla frequentemente la situazione, però, si trovano disponibilità temporanee che permettono una “reservation last minute”. Documentandosi in anticipo in rete è possibile sfruttare al massimo le opportunità di degustazione offerte e magari progettare subito un’eventuale seconda visita in cui esplorare altre possibilità. Una volta finalmente arrivati, dopo un selfie d’obbligo davanti a quell’insegna, la porta si apre e si viene accolti in una vera e propria galleria d’arte. La quantità di opere artistiche in cui ci si immerge è da sindrome di Stendhal, a partire da quella all’ingresso e dall’esplosione floreale che letteralmente avviene sotto i nostri piedi. E più ci si addentra nei corridoi e nelle sale, accompagnati al proprio tavolo, più se ne incontrano. Sediamo alla mensa circondati d’arte, in un’atmosfera ovattata. Quasi un perenne vernissage, in cui anche lo stesso dialogo spicciolo tra commensali sembra doversi fare aulico e solenne, nell’irrinunciabile reciproco scambio di impressioni. Quasi un novello cenacolo vinciano (che è in un refettorio!). Arte sono l’accoglienza e il servizio: una persona dedicata che accudisce ogni ospite nella propria sistemazione al tavolo, la spiegazione di quel che seguirà e la raccolta dei desideri dei convenuti, la sincronizzazione con cui ad ogni commensale viene servito il piatto nello stesso modo e con lo stesso orientamento da personale di sala dedicato ad ognuno, dovesse essere richiesto dalla complessità della portata servita. E sono opere d'arte le pietanze, i vini e i drink. Ma sono anche opere frutto di perizia e abilità, di arti, tecniche e mestiere per produrre scientificamente manufatti “molecolari” di fattura perfetta, creati con procedimenti impeccabili. Non sempre sarà corretto parlare di un solo gusto del piatto. La degustazione di ognuno di essi è infatti un percorso percettivo segmentato, complesso e articolato, ma assolutamente armonico, in cui più stimolazioni di tutti i sensi si susseguono e dialogano fra loro, a mano a mano che vengono scoperti i vari ingredienti e le molteplici elaborazioni cui sono stati sottoposti. Dopo la riapertura post-lockdown il menù degustazione si è adeguato, perché mai come ora si è avuto e si ha bisogno di tutti: “With a little help from my friends” è il suo nome. Ma, pur essendo esplicito il richiamo ai Beatles, trattandosi di rifondazione linguistica orgogliosamente e profondamente italiana sarà il capolavoro di Dante a guidarci in questo magnifico viaggio gastro-culturale e artistico, perché, mutuandone le parole, qui non manchi “possa all’alta fantasia”. C’è l’amore verso l’uomo e verso la natura. Come la Divina è una galleria di “amori”, anche questa degustazione ci parla d’amore: per le stagionalità (in questa versione autunnale del menù fragole, pesche, albicocche hanno giustamente lasciato il posto a zucche, castagne, funghi e nocciole) e per la propria terra, cosmopolita, allucinato, sublimato, disperato, nostalgico e intellettivo. Cucinare è amare. C’è l’intera vicenda umana in un percorso gustativo che va da piatti sul principio della vita (il pane, che è portata a sé), ad accostamenti evocativi delle superne cose (la celestiale teoria conclusiva dei dolci, titillare delicato ma persistente di sapori evocativi). È un percorso di sensi e di pensiero suddivisibile in cantiche: l’Inferno (luogo delle passioni, anche violente), il Purgatorio (luogo del raccoglimento e della nostalgia) e ovviamente il Paradiso (luogo della sublimazione e del compimento del senso totale, la visione globale in cui tutto si situa al proprio, perfetto posto). L’incipit è trinitario. Tre macaron, tre gruppi di sapori, tre assaggi da effettuare rigorosamente nell’ordine suggerito. Rappresentano bene i tre regni ultraterreni: il rosso, con rapa e prugna, terroso con sentori dolciastri, passionale come l’Inferno, il verde, con menta e lime, balsamico e arioso, meditativo come il Purgatorio, e infine l’arancio, con carota e zenzero, il più croccante dei tre, potente e con una nota speziata esotica, conclusivo come il Paradiso. Richiamano apertamente già le ultime terzine della commedia, la triplice visione finale del divino e dei misteri più profondi del trascendentale. Ma qui siamo all’inizio del viaggio, del divertimento. A dispetto del riferimento ai Beatles (“Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” è il nome del piatto), questi tre “cuori” non sono solitari ma un tutt’uno. È impressionante l’analogia con gli endecasillabi di Dante che raccontano di “tre giri di tre colori e d’una contenenza e ‘l terzo parea foco”. Siamo ipnotizzati dalle due corone circolari del doppio piatto, a raggi bicolore: accentuano un movimento centrifugo, a compensazione della “contenenza” dei tre macaron, triangolarmente situati al centro, e danno un’illusione di rotazione, “come rota ch’igualmente è mossa”, come fosse un irraggiamento dell’“amor che move il sole e l’altre stelle”. È un‘introduzione, certo, ma mette bene in chiaro il doppio piano, sensoriale e intellettivo, necessario per poter apprezzare e godere fino in fondo dell’avventura appena iniziata. Il piatto successivo (“A Day in the Life”) eleva il pane a dignità di portata autonoma. Dalla varia alveolatura, servito su un piattino minimalista, adagiato su un tovagliolo candido, ad esaltarne l’unicità e la meraviglia, il valore e la preziosità, è da mangiare rigorosamente e francescanamente con le mani, essendo il tatto uno dei sensi maggiormente coinvolti ora. Il pane è una delle più iconiche rappresentazioni dell’amore; il gesto atavico del suo essere spezzato è condivisione per antonomasia e il punto focale della comunanza universale del genere umano. È il cibo che probabilmente unisce maggiormente tutte le tradizioni culinarie dell’uomo nel suo farsi mezzo di sostentamento primario. È il fulcro di tutti i refettori che, francescanamente, forniscono l’energia necessaria a perpetuare l’umano vivere. E qui l’amore è stagionalità, con i sentori di nocciole e tartufo che pervadono i seni nasali e le fauci durante l’assaggio, avvolti dalla dolcezza derivante dal miele della tenuta di campagna, Casa Maria Luigia. È solo con “Cellophane Flowers & Kaleidoscope Eyes” che entriamo nel primo dei tre regni dell’oltretomba, maggiormente caratterizzato dalle passioni, ove incontriamo quella, travolgente, di Paolo e Francesca. Il piatto, dal predominante cromatismo rosso, è già visivamente psichedelico, la gelatina di lamponi “on top”, a rappresentare il cellophane del nome e a coprire i petali dei fiori eduli, rose ma non solo, costituenti, invece, la parte caleidoscopica. Il tutto circondato dal rosso vivo del brodo di shiso e lamponi. Ma la parte più propriamente passionale si scatena all’assaggio, quando la delicatezza dei gamberi crudi si schianta con l’esplosione della sapidità delle uova di trota e dei capperi e con l’acidulo dei lamponi. È d’obbligo far esplodere con la massima cura contro il palato ogni singolo uovo perché solo così si apprezzerà la passione contenuta nel piatto, appagando la ricerca con cui ogni singolo ingrediente viene reperito, al di sotto dei fiori, a mano a mano che si procede nelle profondità fisiche e tridimensionali di questa portata. Tanti sapori in magica armonia tra loro, legati dallo stesso “amor ch’a nullo amato amar perdona”, che non concede divagazioni, richiamando tutti all’unità del rosso lampone. Fantasticamente “Galeotto” questo piatto. Provare per credere. Rimanendo in tema ittico, si passa al merluzzo (“If I’m Wrong I’m Right”) che ora si riveste di colori autunnali e caldi cromatismi. L’amorevole attenzione per la stagione accompagna il pesce con salsa di curry rossa, crema di funghi, crema di zucca, crema di cocco e chips dai toni ambrati. E la decorazione floreale ottenuta con le creme, da assaggiare preferibilmente per ultime, per non compromettere la degustazione del merluzzo, passa dai toni giallo-verdi della versione estiva ai più intimisti e autunnali bianco-ambrati e ocra, ma in un susseguirsi di spiccati sapori. La cottura del pesce è nobilitata dagli accostamenti antagonisti del fungo e della zucca (ma se sbaglio, ci azzecco, giusto?) e la sua morbidezza esaltata dal contrasto con la croccantezza delle chips. È un piatto golosissimo: avessimo avuto a disposizione fin da allora il pane d’accompagnamento, avrebbe esatto una scarpetta. Ci siamo invece prodigati a raccogliere con le posate e con il merluzzo le creme fiori-formi e la salsa, concedendoci, così, di allungare i tempi di questo godimento. Anche qui passione per il cibo gustoso e saporito, accostato ad una salsa di spessore, rotonda, cremosa, che inizia ad aprire i portali del ricordo, anticipando la nostalgia delle attenzioni che l’amorevole cura delle nostre nonne e madri ci riservava nei succulenti manicaretti delle feste. Eh no, proprio non abbiamo trovato l’errore richiamato dal nome! “Chicken, Chicken, Chicken Where Are You?” è l’icastica domanda che viene affrontata al piatto successivo. La perenne ricerca del vero e l’insaziabile sete di sapere hanno guidato l’uomo nel progresso ma lo hanno anche dannato ad una perenne insoddisfazione. Ulisse viene punito da Dante proprio per questo esagerato amore per la conoscenza (“fatti non foste a viver come bruti…”) che trasmuta in superbia. Ebbene qui in realtà siamo indotti a cercare il pollo solo perché qualcuno se lo chiede, altrimenti forse non avremmo neanche mai azzardato un’ipotesi, perché in questa pregiata tartare, adagiata in una rappresentativa ciotola, sommersa da croccanti e finissime verdurine, probabilmente non avremmo mai pensato al pollo. La vividezza acida del brodo di accompagnamento, che fornisce una necessaria proto-cottura alla carne, cela probabilmente l’arcano. Ma non osiamo sfidare questa volta le colonne d’Ercole e semplicemente ipotizziamo che il nostro ingrediente sia da cercare proprio lì. La pietanza successiva, “The Snail in the Skull”, ci fornisce molto bene le coordinate attuali del nostro viaggio, come un sestante la latitudine ai “navicanti”. Il teschio messicano, disegnato da colorate creme di peperoni, ci osserva dal candido piatto, sfondo ad una tortilla, sovrastata da fiori e verdure, adagiata sulla parte proteica, le lumache. Tradizioni, quindi, che ci portano nella Giudecca dantesca, al centro del mondo, di fronte a lui, al teschio, evocato con un’immagine gotica e infernale (lumache in un teschio). È un tradizionale rito di passaggio, un punto di svolta in cui dobbiamo lasciarci avviluppare dai forti e dolci sapori del peperone, dalla friabilità della tostada, dalla novità delle lumache e della loro singolare consistenza. E ce lo mangiamo proprio, il saporitissimo teschio, come fossimo degli Ugolino noi e l’arcivescovo Ruggeri lui, muto, disposto solo a farsi divorare, raccogliendo le creme con le posate, per non lasciarne nemmeno una molecola sul piatto. Ci avrebbe fatto comodo pure qui, anche se avrebbe accelerato troppo la degustazione, ma il pane arriva solo ora, col netto sentore aspro del lievito madre usato per avere la bella lievitazione. E assieme al pane un coltello cesellato nella parte tagliente e recante il nome dell’osteria, più adatto alle carni che seguiranno. Entriamo nel secondo regno, quello della nostalgia, della meditazione, dei ricordi atavici richiamati alla memoria: l’alta montagna dalle sette balze, il Purgatorio, che ci accompagnerà nelle successive tre portate. “Lovely Rita” è denominato il trancio di animella arrostita in padella, ricoperto di petali rosso carminio, servito con un brodo di mela e prugne a parte. Ispirato all’amore per la tradizione, si tratta di un nobile recupero di una tradizionale cucina più povera, che si rivolgeva al quinto quarto per recuperare e sfruttare tutto della bestia che veniva macellata, spesso a casa, nelle case coloniche della tradizione contadina, quando possedere un animale poteva fare la differenza in tempi duri. Accanto a questa è anche la tradizione dell’agrodolce, da retaggi antichissimi, quando gli arrosti erano accompagnati da prugne, albicocche, mele o altra frutta. “Ricordati di me, che son la Pia” è il verso che dà il tono di nostalgia alla memoria. I sentori d’arrosto gradevolmente delineati, assieme al netto sapore del brodo di mela, richiamano d’improvviso la fanciullezza di quando, la domenica, si affrontava il pranzo anche più ricco di proteine i cui buoni odori iniziavano ad invadere la casa fin dal primo mattino, spinti dall’amore con cui le “resdore” si davano da fare. Cucina del recupero, quindi, della nobilitazione e della memoria, aiutata dalla raccomandata alternanza tra consistenza dell’animella e sorseggio del brodo di accompagnamento. Nonostante il technicolor invocato dalla domanda successiva (“Who’s Afraid of Red Yellow Green and Orange?”), ci viene presentato un succulento carpaccio di daino, in cui la monocroma superficie rossastra della carne, brunita dalla densa salsa, nasconde, al di sotto delle sottili fette, i funghi e il foie gras. Il pane ci aiuta a mitigare i contrasti aspri e a raccogliere tutta la gustosa salsa. “Autunno in Emilia Romagna” è il nome dell’ottimo drink che, con i vini in abbinamento, viene servito ora, e che innalza la gradazione per le tappe successive con perfetto tempismo. La poetica malinconia delle brume richiamate dalla schiuma, la nostalgica memoria dell’autunno richiamato dalla foglia di quercia, l’alcolicità del Lambrusco potenziata da quella del vermouth generano l’ossimoro per snebbiare il palato dalle rotondità e cremosità delle ultime carni servite, rendendolo più sensibile alle note dei piatti a seguire. Siamo in cima alla “santa montagna”, dov’è il Paradiso Terrestre di Dante, giardino incontaminato di prati fioriti, a metà strada tra il ricordo e l’innovazione, tra passato e futuro. Troviamo quindi qui un risotto che richiama gli arcinoti “Strawberry Fields”, dal sottotitolo “but not forever”. Direttamente dagli ’80, la memoria ripercorre i primi momenti dell’incontro tra l’acidulo del frutto e la pienezza del burro e del parmigiano, ma queste innovative, per allora, ricette, sono rielaborate ora in modo più attuale ed interessante. Prati sicuramente visionari, ma declinati con cura nelle varietà stagionali più appropriate: non fragole, infatti, ma uva fragola, mirtilli e ragù di selvaggina. Visivamente si presenta come un omogeneo tappeto carminio striato dalle più cupe note del mirtillo, teatro dell’agone tra la pungente acidula asperità dei frutti di bosco e la più corposa nota della selvaggina. A metà strada tra un dolce ed un piatto di carne, un ottimo, “antico” dolce carnoso. Esce il pane ed entriamo terza parte, quella celestiale, ariosa, patentemente dolce. Paradisiaca. “Winter Is Coming… anche in Sicilia” è il primo dolce, versione autunnale del primaverile “Summer is Coming”. Esce in accoppiata con una brioche sfogliata e si presenta come due candide e ortogonali nubi di arioso gelato alle mandorle, adagiate su una salsa che unisce pistacchio, bergamotto, arancia e cappero. Al palato la consistenza della nube di gelato svanisce, quasi implodendo, come fosse neve, per lasciare il posto al puro aroma mandorlato che viene poi spinto “in su” dalle note agrumate ed amarognole, a causa del caffè, della salsa, mentre le punte di salinità dei capperi amplificano i sapori canonici. L’unica nota croccante è la decorazione simil-floreale, ma è giusto così: stiamo ascendendo all’empireo e le nuvole sono la materia di cui siamo circondati: nuvole e sapori, evanescenze ed aromi. E l’empireo stesso si fa dolce in queste ultime riprese. Siamo in cielo, anche senza Lucy (“In The Sky Without Lucy”). In questo secondo dolce le nuvole sono ancora più realistiche che nel precedente. I cromatismi ocra, bruniti, gialli e dorati sono presenti ovunque, a partire dalla meravigliosa stoviglia che li accoglie, il contorno della quale richiama i bordi consunti di un’antica pergamena. La costruzione del dolce si rifà ad un piatto storico (la “crostatina caduta”) nell’obliquità dei piani intersecantisi tridimensionalmente e sovrastati dalle nubi di zucchero, grigie e opache, quasi grondanti di pioggia autunnale. C’è uniformità di intenti nella croccantezza delle chips da sfogliare e gustare una per una, attraversando le grigie coltri di zucchero all’esterno, nella carnosità dei funghi e nei sapori del mandarino, della dolce castagna, della zucca, fino a scoprire la cannella del gelato che si insinua nelle profondità oro-rino-faringee, solidificazione della visione finale e dell’appagamento totale, per poter accedere alla comprensione completa del senso del piatto. È dolce amore, pura tensione papillare e gustativa fino al climax finale del gelato. Come se il precedente passaggio fosse anche stato l’invocazione di San Bernardo alla Vergine, si riprende sul finale lo stesso tema trinitario dell’inizio. “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Reprise)”, infatti, ci propone, contenuta in un piatto con gli stessi psichedelismi del primo, ma in versione rettangolare, una trinità di dolcezze puntuali e conclusive: una pseudo-ciliegia di Vignola avvolta in uno scrigno di cioccolato, la ripresa in miniatura di un’altra storica pietra miliare dello Chef (il “Camouflage”), ma in versione cioccolatosa e caffeinica, e infine un macaron al lampone, richiamo estremo dei tre iniziali. Un’altra trinità in cui la canonicità dei gusti è presentata ancora in chiave innovativa. Uno scatto ulteriore, ce ne fosse bisogno, sono le madeleine (allo yuzu), servite a parte, con le loro suggestioni letterarie (la zia Léonie di Proust!) e gustative, agrumate, soffici, presentate forse sulla più classica delle stoviglie, un piattino in pieno stile “ancienne” proprio a richiamare, ne sono convinto, le antiche memorie di ognuno. In apparente discussione con la triade di prima, chiariscono invece che l’innovazione è tale solo se la lingua nuova è in grado di amare, comunicare e rigenerare anche vecchie emozioni. Come ora. Concetto confermato dal colpo di scena finale, a guisa di ringraziamenti di fine opera, di scene “post-credit”. L’”Happy Birthday Cake” è la rivisitazione del popcorn, caramellato, in più consistenze, compresa quella polverizzata, che si disperde al soffio dello spegnimento della candelina, circondata dall’essenza al popcorn. In tutto ciò sta la forza dello chef, della sua umanità, empatia ed energia vitale, della brigata e della sala. Di uno chef che, pur essendo “stella” dello “star system” gastronomico, viene incontro, proprio di persona, durante il pasto, saluta, scambia due parole, si presta ad autografi e foto-ricordo, e se ti incontra per strada e ti riconosce come suo ospite, si ferma, ti saluta, e fa volentieri altre due chiacchiere. Non siamo noi a doverlo inseguire, ma sono la sua spontaneità, la sua simpatia che si fanno dialogo immediato e naturale. La lingua culinaria dell’Osteria Francescana deve essere onorata come merita la genialità creatrice che è alla base di tutto questo capolavoro. Magari arricchendo l’esperienza totale (“full experience”) con una permanenza anche a Casa Maria Luigia, tanto per non farsi mancare niente del mondo di Massimo Bottura. Vuoi vedere che il destino ci riserverà ancora sorprese?
Visitatore5/5
14/11/2020
C'è veramente poco da dire. Volete stravolgere il vostro concetto di cibo? Volete dare uno shock alle papille gustative? Ecco, venite alla celeberrima Osteria Francescana! Abbiamo optato per il menù degustazione ispirato ai Beatles. Un sali e scendi di emozioni uniche. Consistenze, sapori, accostamenti mai provati: tutto curato nel minimo dettaglio; persino il menù e stato sapientemente adattato alla stagione partendo dalla scelta di materie prime tipiche autunnali come castagne e tartufi, fino ad arrivare all'utilizzo di colori più caldi che richiamano il clima pre natalizio. Visto che era il compleanno di una commensale abbiamo avuto anche il piacere di provare un dolce extra fuori menù a base di popcorn, caramello e meringhe: deliziosamente sublime! A metà pranzo, inoltre, lo chef Massimo è passato per scambiare due piacevoli parole. Ci tengo a fare anche i complimenti a tutto il giovanissimo staff per l'attenzione, la passione e la cura che hanno per gli ospiti.
Visitatore5/5
08/11/2020
Locale formale arredato con opere d’arte, accogliente e tranquillo. All’ingresso ti accoglie un commensale inaspettato. Non sveliamo nulla. Personale cortese e attento, quasi tutti molto giovani, che ti spiega ogni piatto ma un po’ troppo distaccati. Passando al menù, a noi è stato regalato il menù degustazione. Che dire. Ogni convinzione culinaria è stata travolta dall’estro dello Chef Bottura. Ogni piatto era un viaggio in sapori e abbinamenti mai pensati e provati ( uno degli antipasti era un pane a dir poco favoloso ). Certo bisogna intendersi di arte culinaria ( non descriviamo volutamente i piatti per non essere riduttivi ) non tutti i piatti possono essere capiti da dei profani e di conseguenza giudicati, non tutti i piatti possono essere graditi ( dipende sempre dai gusti di ognuno di noi ). Vero è però che almeno una volta nella vita bisogna provare questa esperienza che rimane unica nel suo genere. Tornare o non tornare ? Si e provare solo quei piatti che si sono capiti fino in fondo, perché ne vale la pena ripercorrere il viaggio. I vini abbinati al menù degustazione tutti eccellenti. A fine serata lo Chef ha fatto il giro dei tavoli per due parole. Persona affabile. Ultima nota: con il menù degustazione ti sazi.
Visitatore3/5
05/11/2020
All’entrata ti aspetta una squadra di camerieri cortesi ma impettiti che ti accompagna solennemente al tavolo. Sala piccola ma moquette floreale di gusto (ovviamente non ho colto l’arte dell’entrata, anzi, mi ha messa quasi a disagio) Atmosfera formale... Il pane di Michele è da brividi, sublime! Gli altri piatti, ovviamente all’altezza della fama...camerieri cortesi ma distaccati. Rispetto ad altri ristorante della stessa categoria, manca ‘ quel non so che’ che invece negli altri ho trovato... tipo un po’ di calore, atmosfera, anche solo che lo chef (se presente) passi tra i tavoli per un benvenuto...o per sentire le tue aspettative o proporti qualcosa di adatto. Non so se ho voglia di ritornare...
Visitatore5/5
04/11/2020
E' la prima volta che scrivo una recensione su di un ristorante, nonostante per lavoro o per relax, fra pranzi e cene, sono in ristoranti/pizzerie almeno 7-10 volte la settimana. Ma per questo posto, ne vale la pena, in quanto merita veramente! 1 mese (e qualche giorno) per prenotare. Poi, da quando ci siamo seduti fino al caffè, è stata tutta una degustazione di aromi, e di raffinatezze culinarie difficilmente paragonabili ad ogni altro ristorante dove sono stato. Non elencherò i primi o i secondi degustati, nemmeno me li ricordo per nome, ma i sapori, quelli, difficilmente si dimenticano. La sfida è stata anche quella di far assaggiare alla mia compagna Russa, ultranazionalista anche per quel che riguarda la cucina russa, del cibo italiano di qualità superiore. E ho fatto centro. E' stata una settimana intera a ricordarmi almeno 3-4 volte al giorno dell'eccezionale qualità del cibo di questo ristorante. Mai successo prima d'ora. Il conto è davvero alto, ma ne vale la pena. Per noi Modena, non è più solo la città di Pavarotti e della Ferrari, ma la città di Pavarotti, della Ferrari, e dell'osteria Francescana!
Emanuele Filiberto F5/5
23/10/2020
Finalmente la Francescana! Le mie aspettative erano elevatissime per questo pranzo infine prenotato, dopo molti inutili tentativi davanti al computer il primo di ogni mese. Quando uno si aspetta moltissimo c'è il rischio di restare in parte delusi (com'era successo al Mirazur), ma il menu Beatles di chef Bottura è stato non solo all'altezza ma anche sorprendente per vette di gusto e equilibrio. Un pranzo eccezionale sotto tutti i punti di vista, nessun piatto che mi abbia deluso o lasciato perplesso. Una menzione speciale per gli eccezionali ravioli con pancia di maiale e clam chowder, piatto clamoroso, così come il risotto con gazpacho di fragole e mozzarella affumicata, e il magnifico merluzzo in salsa di curry verde. Ormai va di moda nei menu dei grandi ristoranti proporre un piatto di insalata, quella di Bottura (salanova, alga, seppie, capesante, cozze e bottarga) è in assoluto quello che ho più apprezzato. Degna chiusura di pasto le deliziose pesche arrosto con gelato al rosmarino. Insomma una grande esperienza che porteremo nel cuore, contenti di aver mangiato in una delle grandi cucine del mondo. Peccato solo non aver potuto conoscere lo chef, assente quel giorno. Conto ovviamente elevato, ma devo dire che la qualità indiscutibile lo permette. Meno giustificati i ricarichi veramente alti sulla carta dei vini, però non poteva essere tutto perfetto :-)
Visitatore5/5
22/10/2020
Eccellente è forse poco per descrivere questa esperienza. Quando si arriva davanti all’entrata di “Osteria Francescana” ti senti già un colpo al cuore. Entri carico di aspettative e cerchi di immaginare cosa capiterà una volte all interno. Beh tutto quello che si immagina è poco rispetto alle emozioni che si vivono a quel tavolo. Menu gestazione studiato durante il lock down, ispirato a “Sgt Pepper’s” dei Beatles già da qui ci si innamora. Un viaggio...in un mondo di colori,sapori,un viaggio psicadelico! Il personale di sala ti fa sentire a casa, a differenza di tanti ristoranti di questo calibro in cui ti senti sempre un po’ a disagio,qui ognuno interpreta il piatto a parole sue mettendo le proprie impressioni,niente è schematizzato. Abbiamo avuto la fortuna di conoscere lo Chef Massimo Bottura,che con estrema umiltà e semplicità si è fermato al nostro tavolo spiegando cosa ha portato a questo menu e chiedendo le nostre sensazioni. Poche parole per capire che è una grande persona. Grande esperienza fatta di grandi persone che mettono passione e amore in tutto quello che fanno. Dire che è consigliato è dir poco
Laura C5/5
17/10/2020
Ho regalato questa esperienza al mio compagno per i suoi 40 anni. Entrambi appassionati di cibo e vino. Che dire....tutto questo va totalmente al di là di quella che può essere considerata un'esperienza enogastronomica. Poesia pura. Arte. Amore. Passione. Empatia. Lo chef si è presentato al tavolo e ha condiviso il trasporto che lo muove in questa danza emozionante. Staff preparato , professionale, che ci ha fatto sentire allo stesso tempo coccolati e a casa. L'orchestra che c'è dietro a questa esperienza è folle e geniale. Assolutamente all'altezza delle nostre aspettative (che erano molto alte). Laura Coloru
Visitatore5/5
07/10/2020
Quest'anno decidiamo di festeggiare il nostro anniversario in uno dei ristoranti più famosi al mondo, l'Osteria Francescana di Massimo Bottura. Il locale si trova in ZTL ma basta parcheggiare appena fuori dalla zona e con una piccola passeggiata si arriva all'ingresso. E' un tipo di locale che deve basare la propria fama sulla cucina perchè non può contare sul fascino che altri ristoranti hanno grazie al paesaggio in cui si trovano. Partiamo dal personaggio Massimo Bottura, chef istrionico, modenese purosangue che negli anni ha preso i sapori più veri della sua terra e li ha mescolati a quelli più internazionali, ma soprattutto ha stravolto il mondo della cucina negli ultimi 10 anni. Sala non grandissima con un arredamento molto classico, tanti ragazzi in sala che celermente portano e ritirano i piatti, molto professionali. Il menu degustazione attuale è incentrato sui Beatles, tante proposte che Bottura ha creato in simbiosi con i ragazzi del suo staff, secondo me in modo azzeccato. Come al solito non sto ad elencare i piatti perchè bisogna comunque assaggiarli per poterne dare un giudizio soggettivo, segnalo però uno psichedelico Strawberry Fields, riso con gazpacho di fragola, lambrusco, gamberi, mozzarella affumicata e pepe di Sichuan e il piatto preferito della serata: If I'm Wrong I'm Right, Merluzzo in salsa di curry verde, divino nell'unione dei sapori. Che dire? L'esperienza all'Osteria Francescana è consigliata ma tenendo ben presente che la spesa è superiore a quasi tutti gli stellati, Bottura poi è una persona a cui piace tanto parlare, dalla Francescana al nuovo progetto Maria Luigia, dai refettori sparsi per il mondo alla voglia sempre di innovare, per questo lo staresti ad ascoltare per ore.
Visitatore5/5
07/10/2020
Che dire ... un’esperienza davvero unica. L’ambiente è elegante ma senza troppi fronzoli, il personale è gentile ma senza essere esageratamente “presente”. Abbiamo optato per il menù degustazione che in questo momento prende spunto dai Beatles ed è stato studiato in maniera corale da tutto il personale dell’Osteria durante il periodo del lockdown. Faccio fatica a fare un ranking dei piatti. I sapori di ogni piatto sono molto ben definiti pur essendoci accostamenti anche inusuali di ingredienti. È sicuramente un investimento ma una volta nella vita ne vale pena ...
Visitatore1/5
04/10/2020
Conosco almeno 5 persone che hanno prenotato, ricevuto la conferma, sono andate appositamente a Modena e scoperto che il tavolo prenotato in realtà non era disponibile... Non si è mai abbastanza fighi per comportarsi in modo così misero con i propri clienti. Tristezza
Visitatore5/5
30/09/2020
Massimo e’ Davvero un genio e la sua creazione e’ tutta nei piatti! Per quanto riguarda la sala Beppe e il suo staff sono perfetti!
Simonetta S5/5
27/09/2020
Un menù inaspettato, senza piatti di riferimento territoriale, 12 portate alle quali abbiamo aggiunto la degustazione dello storico essenze dei 5 parmigiani (per non dimenticare di essere a Modena), il tutto veramente buono. Decisi sentori di mani non italiane presenti in cucina, in ingredienti e cotture comunque molto equilibrati, in un insieme scoppiettante, sorprendente e decisamente gradevole, proprio perché non riconducibili ad una specifica provenienza. Noti dolenti: un menu praticamente obbligato, con piatti alla carta a prezzi inaccessibili, servito con un’orario di inizio e fine uguali per tutti gli ospiti, che diventa tipo matrimonio; l’aver inserito nelle portate anche il benvenuto, così come la piccola pasticceria finale, tale per cui “paghi tutto”, non essendoci alcun omaggio dello chef, se non la bottiglietta di balsamico all’uscita, a mo’ veramente di bomboniera di fine matrimonio; ma la cosa più antipatica di tutte è stata vedersi addebitare su un conto di 800€ per due persone il costo di 5 euro a testa per il coperto... Per me: cucina: 9,5 Ambiente: 6,5 (niente di che per un 3 stelle) Accoglienza: 5 (molto fredda) Servizio: 7 (descrizioni piatte imparate a memoria che se gli facevi una domanda non sapevano rispondere) Cantina: 9 Sito web: 5 (c’è indicato il menù degustazione 12 portare a 200€ e invece costa 290€, caro per un menu “matrimoniale”, uguale per tutti e servito in contemporanea ai 28 commensali! Conto: 4, non tanto per i prezzi, che ci possono pure stare, ma per il ridicolo coperto a 5€!
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